Salvatore Tommasi

"Nacque il 26 luglio 1813 in Roccaraso, in una casa del Barone Angeloni. Il padre dimorava in quel paese, essendo Collettore; ma la famiglia di lui era di Accumoli.
Dalla scuola del Parroco, che non comprendeva e non guidava la mente del fanciullo, passò nel Seminario di Ascoli dove il prete non giunse a vincere il suo innato spirito di libertà. Indi, accusato di aver preso parte ai moti di Romagna nel 1831 e perseguitato da quel Vescovo, fu inviato dal padre nel Liceo di Aquila, ed ivi si iniziò agli studii della medicina.
Nel 1836 si recò in Napoli a darvi gli esami di Laurea, e scrisse una elegante dissertazione in lingua latina senza aver bisogno di vocabolario.
Nel 1837 fece miracoli di carità nell’assistenza dei colerosi, dopo aver insegnate lettere latine e scienze naturali nel privato Istituto Priore.
Nello stesso anno in un concorso di medicina pratica vinse il Manfrè, caro alla Corte dei Borboni, che aveva in favore di quest’ultimo spiegata grande influenza.
Venuto il 1848 fu eletto Deputato in quel breve periodo di libertà mentita, e si ebbe persecuzioni ed esilio. Ed andò a Torino, ove preparò la sua opera sulla Fisiologia e divenne così fondatore della nuova scuola sperimentale.
Preparò nel 1860 il plebiscito dei Tre Abruzzi, insieme al De Vincenzi e vi spiegò tanta efficace energia che Vittorio Emanuele, chiamatolo in Ancona, lo nominò Colonnello, aggregandolo al suo Stato Maggiore.
In tal guisa il Tommasi accompagnò il Re sino all’entrata delle Truppe Piemontesi in Napoli.
Già professore di Clinica Medica nell’anno 1859 nell’Università di Pavia, compiuta l’Unificazione della patria, insegnò la medesima disciplina in quella di Napoli, dove continuò a svolgere splendidamente la sua idea scientifica, quella cioè di ridurre i sistemi varii circa l’insegnamento clinico in un indirizzo unico e razionale.
Dopo avere ricoperte pubbliche cariche in Napoli, e di essere stato Deputato del Collegio di Cittaducale, morì il 13 luglio 1888 Senatore del Regno.
Salvatore Tommasi fu di animo mite e di forte carattere, benefico e generoso: e tutta la vita sua fu un esempio luminoso di abnegazione e di carità. Nobile dispregiatore di sè e solo devoto ai suoi ideali umani, angelo benefico nelle epidemie coleriche, perseguitato ed esule per amore di patria, dopo una lunga esistenza per la quale gli era facile il conseguimento di grandi fortune, morì povero in Napoli, dando così pruova che dinanzi alle grandi idealità la sola fede è forza, supremo bene è la propria coscienza.
Ma la gloria maggiore del Tommasi consiste nell’essere Egli stato il fondatore di una nuova scuola medica.
Il grido di protesta innalzato dal glorioso Abruzzese in Torino nel 1858: Io non sono Ippocratico, fu il grido della ribellione scientifica da lui iniziata, e compiuta nella formola che chiudeva nel 1867 la sua conferenza sul Darvinismo: evoluzione o miracolo.
Questi due motti, che rimarranno memorandi nella storia della scienza, compendiano l’opera meravigliosa di Salvatore Tommasi.
La filosofia di Hegel ripugnava alle tradizioni della scuola filosofica italiana, e come a quella si veniva opponendo il naturalismo matematico, così il Tommasi alla scuola medica empirica, che separava la malattia dall’organismo, contrappose la scuola sperimentale che è studio dell’equazione e della reciprocità delle funzioni che tendono al centro.
Il pensiero profondo e geniale egli appalesò nelle lettere sul Salasso, svolse nella Opera sulla Fisiologia, e nelle sue lezioni sulla Terapeutica Generale, illustrò sulla cattedra con la parola artistica, elevata, inebriante dell’uomo dall’ingegno vastissimo e tale da destare profonda ammirazione.
Il Tommasi, che nella lunga vita intese a combattere il passato ed a creare un indirizzo nuovo, positivo, poggiante sull’esperimento e le prove e riprove e che studiò e stabilì le relazioni tra la Fisiologia e la Patologia, e tra l’Anatomia Patologica e la Clinica, e che nella sublime Prolusione al Corso di Patologia Speciale Medica, letta nel 1845, divinò nella sua grande mente di scienziato le moderne vittorie della Batteriologia, ebbe il grande premio di vedere compiuta l’opera sua nella unificazione della medicina italiana, e ben meritò l’elogio del Bovio, che egli è lo scienziato di due generazioni, ed il primo scienziato della nuova Italia.
Perciò il nome di questo Colosso italiano, come lo chiamava il celebre Wirchow, oggi è della storia!
Ma viva la sua figura resta scolpita nell’animo degli Abruzzesi, per i quali il suo nome sarà sempre la gloria più fulgida del secolo nostro!..."
Orazio D’Angelo: Illustri Abruzzesi (1884- 1896), vol. I, Casalbordino 1899.